Spazi, storie, città: il racconto tra cinema e realtà di Rocco Papaleo

Intervistiamo Rocco Papaleo, celebre attore, regista e sceneggiatore, sui temi del paesaggio, della socialità e delle prospettive riguardanti le aree interne del nostro Paese

Rocco Papaleo - courtesy Regione Piemonte

Incontriamo Rocco Papaleo, noto attore, regista e sceneggiatore di origini lucane, a margine della rassegna “Dopo l’UNESCO, Agisco!”, tenutasi al teatro Alfieri di Asti lo scorso 23 Novembre. La manifestazione, giunta alla 4° edizione, ha come scopo la premiazione delle buone pratiche di valorizzazione territoriale che coinvolgono cittadini, comuni, scuole e aziende dei 101 Comuni facenti parte del sito seriale UNESCO di Langhe, Roero e Monferrato. Tale progetto è iniziativa dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo della Regione Piemonte, in collaborazione con l’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato. A seguire, alcune riflessioni su paesaggio, socialità e prospettive delle aree interne del nostro Paese, partendo da uno dei film più celebri dell’attore lucano, ossia Basilicata coast to coast.

In una scena del film Basilicata coast to coast, lei brinda a Carlo Levi che esortò ad “indagare sulla nostra identità”. A suo giudizio, in che modo è possibile per i tanti piccoli centri abitati del nostro Paese parlare oggi di sé stessi, senza cadere nella nostalgia del passato o del rifiuto alla modernità?

Il passato, secondo me, non evoca nostalgie, è soltanto un insegnamento. Nel senso che è un aiuto alla comprensione di sé stessi, non è che uno deve pensare di vivere nel passato e ignorare il presente con le sue possibilità. Però il passato ci può aiutare a decifrarlo meglio, il presente. Ad avere una lettura delle cose più consapevole e, quindi, a proteggersi anche dai pericoli del presente, avendo conoscenza del passato.

Rocco Papaleo - Teatro Alfieri, Asti - courtesy Regione Piemonte

Rocco Papaleo – Teatro Alfieri, Asti – courtesy Regione Piemonte

Le aree interne del nostro Paese, nonostante la ricchezza di scenari naturali e storici, soffrono del continuo spopolamento e del mancato ricambio generazionale. In tanti paesi delle nostre province, l’età media è alta e il rischio di perdere, per sempre, saperi antichi di secoli è reale. Dalla Lucania al Piemonte, quale ritiene potrà essere il futuro di questi territori?

Diciamo che il rischio dello spopolamento è piuttosto evidente e lo si tocca con mano. Io i comuni del Piemonte li conosco meno, ma conosco di più i comuni della Lucania dove c’è un processo che sembra quasi irreversibile. Non so. E’ ovvio che si capirà tra qualche anno, quando lo spopolamento sarà ancora più potente e si capirà cosa sarà. Non lo so prevedere, perché ancora i baluardi ci sono. Ci sono le persone, quei custodi, diciamo, di una tradizione, di un sapere. Francamente, non riesco a prevederlo cosa accadrà tra 20, 30, 50 anni. Certo è che il patrimonio è importante e, quindi, in un modo o nell’altro, bisognerà preservarlo. Che poi, vivere nei paesi sarebbe anche più facile, rispetto alle città, se ci fosse poi la possibilità… se ci fosse il lavoro! E’ il lavoro che fa la differenza.

Rocco Papaleo e Liana Pastorin - courtesy Regione Piemonte

Rocco Papaleo e Liana Pastorin – courtesy Regione Piemonte

La giornata di oggi, di cui lei è l’ospite d’onore, sembra incarnare la riscoperta globale di quello che, in passato, fu definito il “mondo dei vinti”. Quale lezione può venirci, oggi, da questo elogio della sconfitta?

Non lo so, a questo non ti so rispondere. Qual è il “mondo dei vinti”? Non mi sembra, almeno a me personalmente. Il “mondo dei vinti” mi sembra un po’… neanche si è gareggiato! Non c’è stata neanche una guerra vera e propria, per considerare vinti le persone che cambiano, che cercano una prospettiva diversa. Non si tratta di una sconfitta vera e propria. E’ più un’ineluttabile marcia verso non so cosa, però io credo che non ci si debba sentire sconfitti e neanche vittime. Diciamo, oggetti di cambiamenti socio-economici. In fondo in fondo, ripeto, per quanto penso sia piuttosto irreversibile, penso ci potrebbe essere anche una grande riscoperta della piccola comunità, dove è più facile sostenere e sostenersi. Si parla tanto di sostenibile, no? Nella piccola realtà, la sostenibilità è più praticabile.

Rocco Papaleo e Antonella Parigi - courtesy Regione Piemonte

Rocco Papaleo e Antonella Parigi – courtesy Regione Piemonte

Da Lauria (in Basilicata) a Torino, città in cui ora abita. Cos’è che lei cerca e apprezza in una città?

Io, di una città, intanto apprezzo l’offerta culturale. Per offerta culturale intendo non soltanto noiosissime conferenze, ma anche i cinema, i teatri, le mostre, le discussioni letterarie. Torino mi garantisce tutto questo, a lato di una città più o meno organizzata, certamente più di Roma, dove in parte vivo e ho vissuto 40 anni. Ed è cominciata a diventare faticosa. E poi è anche un’esperienza, no? Una specie di viaggio da Sud verso Nord, un lungo viaggio. Però ci ho messo anche tantissimi anni. Quindi, è andare a toccare con mano anche un’esperienza, una cultura diversa dalla mia, per quanto io sia un preservatore, in qualche maniera, di quella che è la mia cultura, la mia provenienza, le mie origini. Sono molto incuriosito dalle altre culture. Ora, fare proprio un salto grossissimo, quindi andare all’estero a vivere in altre realtà, per il momento non me la sento, forse per il freno della lingua, che non parlo. Però, Torino mi è sembrata una città da abitare e, quindi, provo ad abitarci.

In chiusura, una provocazione. Lei crede che il turismo possa essere uno strumento utile a rigenerare i territori cosiddetti “di provincia” o intravede il rischio che i loro valori rurali possano diventare al pari di una merce? C’è il rischio che genuinità e autenticità possano divenire una griffe?

Sì, c’è questo rischio. Però è un rischio da correre, secondo me. Ed è proprio per la questione di creare un’economia che possa sostenere un luogo, perché senza quello, come vedi e come vediamo, c’è lo spopolamento. Voglio dire: è ovvio che la coperta se la tiri da un lato, dall’altro lato si scopre. Bisogna cercare di coprire quanto più possibile, coprirsi quanto più possibile. Quindi, non vedo come un demonio il turismo. Vedo, però, che si possono organizzare le cose in modo che non sia devastante, ma soltanto utile o, comunque, in grandissima parte utile.

Fabrizio Aimar

Architetto. I suoi scritti compaiono su “Il Giornale dell’Architettura”, “architetto.info”, “ingegneri.info”, “Wired” e “C3"; le attività di ricerca sono state oggetto di articoli di quotidiani quali “Avvenire” e “La Stampa”. Consigliere dell’Ordine degli Architetti PPC di Asti, è stato guest lecturer presso l’Università di Auckland (NZ) e di Portsmouth (UK), relatore di seminario accademico presso il DISAFA, UniTO, e presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio del Politecnico di Torino. E' stato relatore al XXVIII Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Camera dei Deputati del Parlamento Italiano a Roma.

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