Conflitti ambientali: ripensare il metodo

Quali sono le caratteristiche dei conflitti ambientali? Quali sono le cause fisiologiche e quelle “patologiche” di tali conflitti? Un focus sul tema

 A cura di Luisa Giampietro

La bozza preliminare di analisi dei costi/benefici sulla Tav Torino-Lione – trasmessa al Ministero dei trasporti – è rimasta, per alcune settimane, segreta. Il documento – elaborato dal Prof. Marco Ponti (ordinario, in pensione, di economia e pianificazione dei trasporti presso il Politecnico di Milano) e dal suo staff – è stato analizzato inizialmente solo dalla Struttura tecnica di missione del Mit “per un vaglio di conformità”.

In una nota, Palazzo Chigi chiarisce: “a distanza di vari anni dalle analisi effettuate in precedenza e, in particolare, alla luce delle più recenti stime dei volumi di traffico su rotaia e del cambio modale che ne può derivare, sono emerse criticità che impongono un’interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali. Saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale.”. 

Secondo alcuni, torna in auge l’ipotesi del referendum. La politica fa fatica.

Senza entrare affatto nel merito, la vicenda “TAV” è interessante quanto al “metodo” di gestione di un conflitto ambientale, tema sul quale occorrerebbe approfondire le riflessioni.

L’e-book appena edito dalla Wolters Kluwer “Conflitti ambientali: mediazione, transazione e accordi” si occupa di affrontare diversi quesiti:

  • Quali sono le caratteristiche dei conflitti ambientali?

Si tratta di conflitti sempre generati dalla percezione nelle parti (solitamente più di due) che gli obiettivi da raggiungere siano reciprocamente escludenti. Nel comune sentire, i conflitti ambientali sono identificati con le opposizioni contro il degrado ambientale o i pericoli alla salute connessi agli interventi sul territorio e causati da scelte che avvantaggiano pochi a discapito di molti: si pensi alle mobilitazioni locali contro le realizzazioni di impianti industriali.

Esistono, tuttavia, conflitti ambientali aventi ad oggetto le “politiche generali” (sugli OGM, sull’utilizzo delle fonti energetiche, sull’uso dei pesticidi ecc.): tali conflitti seguono un “approccio preventivo”.

Vi sono, infine, conflitti ambientali che traggono origine dal conflitto tra “alternative ambientali”: si tratta di momenti di confronto tra diversi modelli di gestione dell’ambiente (si pensi alle opposizioni all’istallazione di impianti di produzione eolica o agli impianti di produzione di energia da biomasse).

  • Quali sono le cause fisiologiche e quelle “patologiche” di tali conflitti?

Oltre alla scarsità delle risorse, all’assenza di un modello di economia pianificato, all’esistenza di garanzie per la manifestazione del dissenso (cause tutte fisiologiche e, pertanto, ineliminabili), alla base dell’esplosione dei conflitti ambientali vi sono anche una serie di “patologie del sistema”, che potrebbero (dovrebbero…) essere “curate”: l’assenza di una fase di identificazione dei vincoli, delle opportunità, dei rischi e delle “contropartite” (presenti in ogni proposta di utilizzo di risorse ambientali), la scarsa fiducia nel sistema, la tendenza a spostare “fuori dalle sedi istituzionali” il contemperamento degli interessi, la resistenza a coinvolgere – nella fase di presentazione delle proposte – soggetti che non siano quelli “tradizionali” (ossia enti pubblici ed autorità tecniche di controllo), dovuta alla tentazione di “snellire” ed accelerare i processi decisionali (si pensi alla gestione delle domande di autorizzazione all’esercizio di impianti ed alle connesse problematiche di localizzazione, ma anche alle modifiche dei cicli produttivi). Il tentativo di “fuga in avanti” finisce poi, il più delle volte, per paralizzare il progetto, assalito dall’” ostilità degli esclusi”.

Ulteriori cause dell’insorgere dei conflitti ambientali risiedono poi negli aspetti di natura tecnica (giuridici, ingegneristici, chimici, biologici, epidemiologici ecc.) e di natura comunicativa, spesso intrecciati ai primi e spesso riconducibili all’asimmetria informativa tra i vari soggetti a vario titolo coinvolti.

Infine, non va sottaciuta la difficoltà insita nella natura multi-parte dei tavoli di trattativa.

Il volume si occupa, inoltre, di analizzare le possibili alternative circa il preferibile “luogo della mediazione” (tra rischi di autoreferenzialità e mera riproduzione dell’arena del dibattito pubblico).

Tale tema è connesso a quello della credibilità del processo di mediazione.

Recentemente si registrano alcune novità normative sui processi partecipativi (tra cui l’istituto del dibattito pubblico, le modifiche alla disciplina della VIA ecc.), che costituiscono segnali di un “movimento”, ancora da completare.

Il volume si occupa, inoltre, di identificare:

  • quali siano le aree critiche in cui sarebbe opportuno sperimentare l’istituto (in primis, l’istituto pare applicabile alla disciplina del danno ambientale, in cui vige il principio del ripristino dello status quo ante ma anche, in subordine, del ripristino per equivalente tra risorse o servizi);
  • se sia possibile prevedere una fase di mediazione nel pre-contenzioso amministrativo, tra il rilascio di un atto amministrativo (autorizzazione ambientale) e la proposizione di un ricorso da parte di soggetti legittimati, c.d. mediazione demandata dal Giudice;
  • alla luce delle recenti novità introdotte con la Legge sugli ecoreati (L. n. 68/2015) e, in particolare, alla norma sul “ravvedimento operoso” (art. 452-decies c.p.), si prefigura la possibilità di utilizzare lo strumento della mediazione per inserire – nel periodo di sospensione del procedimento penale, periodo che deve essere “congruo, comunque non superiore ai due anni, prorogabile di un ulteriore anno” (ai fini dell’esecuzione) – una fase in cui soggetti qualificati possano identificare obiettivi e modalità di realizzazione degli interventi, da parte dei responsabili dei reati di cui al Titolo VI-bis del codice penale.

Nel testo, ad una parte “teorica” se ne affianca una “pratica”, in cui vengono commentati alcuni “progetti pilota” di mediazione ambientale, nella sperimentazione svoltasi dinnanzi alla Camera arbitrale di Milano nel 2016.

I contributi di taglio maggiormente “operativo” lasciano spazio alle voci dei tecnici della comunicazione (mediatori professionisti), del mondo dell’impresa e di coloro che si occupano di ambiente come consulenti di impresa.

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