Programmare l’arte. Olivetti e le Neoavanguardie cinetiche

Cinquant’anni fa, nel maggio del 1962, nel negozio Olivetti all’interno della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, si apriva”, ideata da Bruno Munari, da Giorgio Soavi e con la benedizione teorica e critica di Umberto Eco. Il Museo del Novecento ha deciso di ricordare il 1962 con l’esposizione “Programmare l’arte”, in programma fino al 3 marzo […]

Cinquant’anni fa, nel maggio del 1962, nel negozio Olivetti all’interno della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, si apriva, ideata da Bruno Munari, da Giorgio Soavi e con la benedizione teorica e critica di Umberto Eco.

Il Museo del Novecento ha deciso di ricordare il 1962 con l’esposizione “Programmare l’arte, in programma fino al 3 marzo 2013, che oltre a presentare una selezione di opere di Bruno Munari, Enzo Mari, Getullio Alviani, del Gruppo N (Biasi, Chiggio, Costa, Landi, Massironi) e del Gruppo T (Anceschi, Boriani, Colombo, De Vecchi, Varisco) – del quale il museo espone permanentemente oggetti cinetici e ambienti – offre una selezione di materiali d’archivio, fotografie, testi e manifesti dell’epoca e due filmati.

Ricordare a cinquant’anni di distanza la mostra che diede a questi artisti rilievo nazionale, e non solo, significa riflettere sulle possibilità di ricerca che l’Arte Programmata e Cinetica ha aperto nel dopoguerra non solo in campo strettamente artistico, ma abbracciando grafica, architettura e design e spingendosi fino al confronto con le nuove tecnologie.

Perché “Arte Programmata”? Perché in quegli anni – rispondono i curatori della mostra Marco Meneguzzo, Enrico Morteo e Alberto Saibene – alcuni gruppi di giovani artisti, soprattutto a Milano il Gruppo T e a Padova il Gruppo N, stavano sperimentando un nuovo concetto di arte, basato sul lavoro collettivo di ideazione e sull’uso di artifici percettivi destinati a produrre nel pubblico effetti cinetici sorprendenti e inaspettati, dovuti a un movimento reale delle opere o a un effetto ottico indotto nello sguardo dello spettatore. All’uso di un motore meccanico o di un fenomeno fisiologico –prevedibili e “programmabili” – seguiva un risultato visivo sempre variabile e imprevedibile. Allo stesso tempo, l’azienda Olivetti stava progettando e realizzando il primo elaboratore elettronico basato su programmi molto simili a quelli che poi cambieranno il mondo e saranno alla base delle nuove tecnologie.

Nulla sembrava così più naturale che unire la sperimentazione artistica a quella scientifica in una mostra, quella del 1962, che ha stabilito numerosi “primati” ideali e concettuali e ha proiettato l’arte italiana in vetta a questo tipo di ricerche. Le opere di questi artisti sono tra le più innovative dell’epoca e in questa mostra sono riproposti quasi tutti gli stessi lavori esposti allora o i loro multipli. Il loro atteggiamento nei confronti del mondo dell’arte e della sua diffusione risulta tanto innovativo da sfiorare la realizzazione concreta di quella che sembrava essere solo un’utopia: l’unione virtuosa di arte e industria che avrebbe consentito una fruizione e un “uso democratico” dell’arte da parte di un pubblico finalmente vasto, popolare, moderno.

O.O.

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